Il mare e la quarantena: lezioni di vita

by jasna
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Che cosa hanno in comune una traversata oceanica e la quarantena? A prima vista niente, ovviamente. La barca a vela è l’incarnazione della libertà assoluta, mentre in quarantena ci sentiamo prigionieri di quattro mura. In queste settimane ci ho pensato tanto e ho notato che nonostante la differenza di fondo, la mia esperienza oceanica mi ha aiutata molto a sopravvivere decentemente questo periodo di segregazione in casa.

Solitudine

Iniziamo con l’ovvio. Per me stare in silenzio per ore ed ore, da sola con i miei pensieri, è qualcosa di assolutamente normale. Sembra facile a dirlo così, ma non lo è affatto. Chi vive da solo in questo periodo lo sa bene. Siamo tutti bravissimi a seppellire i pensieri scomodi sotto aperitivi, feste, lavoro, sport, viaggi e shopping. Ora però questi mostri sono resuscitati e ci fissano dritto negli occhi. La solitudine può far emergere sentimenti spiacevoli, ma quello che ho imparato in mare è che l’unica cosa che possiamo fare è conviverci. Lasciamo che ci tengano compagnia per un’ora, un giorno o anche una settimana, finché ce n’è bisogno. Perché se li buttiamo fuori dalla porta, rientreranno dalla finestra. Sono furbi. Lasciamoli stare, se ne andranno da soli quando verrà il momento.

Convivenza

Chi invece non vive da solo durante la quarantena ha una serie diversa di sfide da affrontare. La convivenza in uno spazio ristretto amplifica sia il bello che il brutto delle relazioni. Qualche tempo fa in un’intervista ho dichiarato che ogni coppia dovrebbe fare una crociera in barca per due settimane prima di sposarsi. Si eviterebbero tanti matrimoni sbagliati e di conseguenza, tanti divorzi. Potrei tranquillamente sostituire la crociera con la quarantena, l’effetto è lo stesso. È una prova difficile, non tutte le relazioni ce la fanno. Solo oggi ho sentito di tre coppie che si sono lasciate.

Che cosa mi ha insegnato il mare sulla convivenza?

Ho imparato come è essenziale trovare lo spazio e il tempo per noi stessi. Tutti quanti abbiamo la necessità di stare soli, almeno un po’. Non è un lusso, è un bisogno fondamentale. Dobbiamo ritirarci nel nostro mondo e possiamo farlo con l’aiuto di in libro, di un film, ascoltando musica, facendo meditazione o yoga, scrivendo o lavorando l’orto. E quando siamo nel nostro mondo, gli altri non devono disturbarci. Quindi è essenziale non solo cercare il proprio spazio, ma anche rispettare lo spazio degli altri.

Il frigo vuoto

Un’altra lezione che ho imparato è legata al cibo. Quando si naviga, si fa la spesa una volta alla settimana, in certe aree anche una volta al mese. Questo richiede una pianificazione dei pasti e molta creatività. “In frigo sono rimasti una cipolla, un pomodoro, un pezzetto di parmigiano e tre uova. Dovrei avere ancora un po’di farina e del latte in polvere, dai che ce la faccio a fare una torta salata…”

Ma il frigo vuoto richiede soprattutto un cambio di atteggiamento. In barca impari ben presto che non puoi sempre soddisfare ogni piccola voglia. Allo stesso modo, in questi mesi abbiamo dovuto abituarci a non andare al supermercato ogni santo giorno. Poi abbiamo anche cominciato a convivere col fatto che forse la domenica pomeriggio non possiamo averlo il gelato, anche se ne abbiamo una voglia matta. Ma quando poi lunedì potremo finalmente mangiarlo, quel cono gelato avrà un gusto divino. Il gelato più buono che io abbia mai mangiato è stato alle Figi, dopo duemila miglia di navigazione molto impegnativa, con vento che non è mai sceso sotto i trenta nodi una maledetta onda incrociata. Era una coppa enorme, non me la scorderò mai.

Vulnerabilità

Una cosa che ho notato spesso è che i lupi di mare, quelli veri, sono molto più modesti e molto meno arroganti dei cosiddetti velisti della domenica. Questo è l’effetto che il mare ha su di noi: ci insegna quanto siamo vulnerabili, impotenti, piccoli. Anche se sei presuntuoso quando parti dalle Canarie, quando arrivi ai Caraibi sarai almeno un po’ più umile. E forse questa pandemia avrà un effetto simile. O almeno lo spero. Forse diventeremo meno arroganti. Forse smetteremo di lamentarci e di discutere di cosa ci è dovuto. Forse non pretenderemo più che gli ordini online arrivino il giorno successivo. Chissà, forse cominceremo ad apprezzare il lievito al supermercato e non lo daremo più per scontato. Ma sì, voglio crederci. Guardate solo come abbiamo imparato a fare la fila. Se questo non è un miracolo …

Realtà

Vorrei concludere con una lezione importante che ho imparato dall’oceano ma che non è arrivata da sola. Ci sono volute un sacco di notti tempestose, onde terrificanti e infinite giornate di bonaccia. In mare ho imparato ad accettare la realtà, esattamente com’è. All’inizio ho provato ad arrabbiarmi con il vento quando non c’era o quando ce n’era troppo, a frustrarmi, anche a piangere, ma non ha mai funzionato. Un giorno ho capito che semplicemente non posso farci niente. E così ho iniziato a farlo – il niente. Forse è per questo che oggi non mi turba più di tanto il dover essere segregata in casa.

Burrasche

Di solito, le persone che non hanno mai navigato in mare aperto hanno un’ immagine della vita a bordo durante una tempesta che è molto diversa dalla realtà.

Sapete cosa fa la maggior parte dei navigatori oceanici nel bel mezzo della tempesta? Che dite? Passa ore a timonare sotto il diluvio? Combatte con vele impazzite? Corre su e giù urlando?

Macchè. Durante le tempeste più violente, ci si mette alla cappa e ci si rannicchia in cuccetta. Si dorme. Si legge un libro. Si guarda un film. Si gioca a carte. Insomma, si aspetta che passi.

Perché ogni tempesta prima o poi passa.

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